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di VALERIA PINI su La Repubblica.it – Salute

PARTICELLA dopo particella, lentamente, si insinua nelle mucose e arriva ad avvelenarci. Non solo i polmoni, non solo nel sangue. Ma anche nel cervello. La scoperta è dei ricercatori dell’università di Lancaster che, sulla rivista scientifica Pnas, hanno dimostrato, per la prima volta, che i veleni delle città penetrano anche tra neuroni e sinapsi. Particolato ultrafine di magnetite (un ossido di ferro), prodotto dal traffico e dagli impianti di generazione di energia, responsabile di malattie polmonari e cardiocircolatorie, che questo lavoro inglese lega anche all’Alzheimer.

Lo studio. Gli studiosi hanno preso in esame il tessuto cerebrale di 37 persone.  Fra questi 29  vivevano a Città del Messico, uno dei centri urbani più inquinati al mondo, e avevano tra 3 e gli 85 anni. Le altre 8 provenivano invece da Manchester, tra i 62-92 anni. Fra loro molte erano decedute a causa di malattie neurodegenerative. Tutti contenevano grandi quantità di nano-particelle di ossidi di ferro, della stessa forma sferica di quelle che si creano con la combustione, mentre quelle derivanti dal ferro presente naturalmente nell’organismo hanno forma di cristalli. In misura minore sono state trovate tracce di altri metalli, come il platino, contenuti nelle marmitte catalitiche.

Sui capelli. In un precedente test, l’autrice della ricerca, Barbara Maher,  aveva identificato particelle inquinanti sui capelli di persone che si trovavano in strade molto trafficate di Lancaster. A quel punto ha deciso di analizzare anche il tessuto cerebrale. “E’ estremamente preoccupante – commenta Barbara Maher, l’autrice principale, alla Bbc -. Quando si studia il tessuto si vedono le particelle distribuite fra le cellule, e quando si fa un’estrazione magnetica si trovano milioni di particelle in un singolo grammo di tessuto. Sono un milione di opportunità di creare danno. Queste sostanze sono un pericolo per la salute e potrebbero favorire l’insorgenza di patologie come l’Alzheimer”.

“Si tratta di particolato ultrafine che viene prodotto dal traffico, soprattutto dai motori Diesel, dagli impianti di produzione di energia e dagli inceneritori – spiega Ernesto Burgio, presidente del Comitato Scientifico di Isde-l’Associazione medici per l’ambiente – .Queste particelle possono spostarsi per decine di chilometri. Sono talmente sottili da riuscire a superare tutte le barriere biologiche: la membrana nucleare, interferendo sull’espressione del DNA, la barriera emato-cerebrale, ma anche la placenta, influendo sulla programmazione genetica del feto e aprendo così la strada a disturbi del neurosviluppo, patologie di tipo immunologico e, secondo alcuni studi, anche a tumori”.

Nessuna certezza. Le microparticelle osservate dai ricercatori inglesi sono di diametro inferiore a 200 nanometri e possono spostarsi dall’aria alle terminazioni nervose del naso e da qui al cervello. Inoltre, nei tessuti cerebrali sono state isolate nanoparticelle di metalli presenti nei motori, ma raramente nell’organismo, come il platino. Abbastanza per ipotizzare una correlazione fra malattia e smog. Ma non c’è nessuna certezza di un rapporto diretto con l’Alzheimer. “Il legame con le malattie neurologiche è dato dal fatto che il ferro “libero”, contenuto nelle particelle inquinanti, facilita la formazione di radicali liberi che alterano tutti i componenti della cellula – spiega Massimo Tabaton, professore di Neurologia all’Università di Genova dove studia proprio le cause dell’Alzheimer – . Nella malattia di Alzheimer questo fenomeno che chiamiamo stress ossidativo è una componente importante nella degenerazione dei neuroni. Anche perché facilita la produzione della proteina beta- amiloide, associata alla malattia. Ma per ora le prove non sono sufficienti per stabilire un collegamento fra eccesso di ferro e il morbo”.

Gli altri studi. Lo studio in questione non è il primo che associa l’inquinamento atmosferico a patologie neurodegenerative come l’Alzheimer. Una ricerca dell’Università del Montana, coordinata da  Lilian Calderón-Garcidueñas, aveva già messo in evidenza il particolato ultrafine e i suoi componenti metallici che se inalati o ingeriti, passano attraverso le barriere danneggiate, comprese le vie respiratorie e gastrointestinali e la barriera emato-encefalica, provocando effetti nocivi di lunga durata e, in particolare, una maggior probabilità di ammalarsi di Alzheimer.

La ricerca sui cani. “I primi studi importanti furono condotti, una decina di anni fa, nell’area di Città del Messico, a causa del suo alto tasso di inquinamento. – aggiunge Burgio – Un gruppo di epidemiologi e pediatri, coordinato dalla dottoressa Calderón-Garcidueñas, aveva individuato la presenza della forma patologica della proteina beta-amiloide, collegata all’Alzheimer, nel lobo frontale e nell’ippocampo dei cani. Insieme a questa proteina si erano depositati anche metalli pesanti. Uno studio analogo, fu condotto successivamente su autopsie di adolescenti sani, morti a Città del Messico per incidenti stradali e anche in questo caso si trovarono i depositi cerebrali di beta-amiloide alterata. In pratica gli studi della Maher confermano, dunque, il ruolo che particolato ultrafine e metalli pesanti potrebbero svolgere nella genesi di   malattie neurodegenerative – in continuo aumento nel mondo – come l’Alzheimer”.

Link agli articoli originali:

http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2016/09/06/news/particelle_di_inquinamento_scoperte_nel_cervello-147262925/?refresh_ce

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27601646

 

 

 

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Intossicazione da amalgame e disturbi dell’umore
I danni da mercurio causati dai famosi “piombini”, in un bell’articolo del dott. Acerra pubblicato su Medicina Funzionale
La seguente rassegna della letteratura medica evidenzia casi di rimozione dell’amalgama e disintossicazione che hanno portato a miglioramenti o risoluzione completa di uno spettro di disturbi dell’umore, generalmente associati a neurosi mercuriale subclinica.
Recenti studi mostrano che le otturazioni di amalgama rilasciano continuamente mercurio e che esse possono costituire una causa di intossicazioni cronica a basse dosi di mercurio; spesso questi stati rimangono non diagnosticati oppure sono associati a sintomi cimici evidenti solo dopo episodi di esposizione acuta al mercurio.
E’ importante che un terapeuta ben informato vigili adeguatamente su tale eventualità, per poter efficacemente intervenire su tutta una gamma di disturbi psichiatrici.
Da quasi due secoli, il mercurio, l’elemento chimico più tossico tra quelli non radioattivi, viene impiegato per le otturazioni dentali. Le otturazioni in amalgama, note come piombature dentali, contengono il 50% di mercurio e il dentista è tenuto per legge a trattare amalgame di scarto come rifiuti solidi pericolosi.
Il mercurio viene rilasciato dall’otturazione per vaporizzazione, per diffusione alla radice del dente e per corrosione. Dopo 10 anni, nell’otturazione di amalgama, rimane solo il 50% del mercurio iniziale, dopo 20 anni ne rimane solo il 20%. In pratica, milionesimi di grammi di mercurio lasciano ogni giorno (e ogni notte) l’otturazione nella vostra bocca, si accumulano nei tessuti e sovraccaricano gli organi proposti all’escrezione, cronicamente, senza sosta negli anni.
Nella comunità scientifica ci sono due schieramenti relativi all’amalgama. Entrambi, sia gli oppositori che i sostenitori, concordano sui seguenti punti:
1. Il mercurio è un veleno
2. Il mercurio è rilasciato dalle otturazioni dentali di amalgama
3. La quantità di mercurio rilasciato è solo molto piccola
Ora viene la controversia: la quantità di mercurio rilasciata dall’amalgama e così piccola che non può essere clinicamente significativa oppure è sufficiente in alcuni casi a produrre sintomi?
L’ assunzione che qualcosa o è significativo clinicamente per tutti o non è significativo clinicamente per nessuno non corrisponde alla realtà.
Già nel 1898 il dr. Tuthill, che segnalò 6 casi di disturbi dell’umore risolti mediante la rimozione di tutte le amalgame dentali, spiegava:
“Nonostante molte persone con queste otturazioni di mercurio sembrano non aver disturbi, altre soffrono da effetti sottili, subclinici del mercurio.
Ciò è dimostrato chiaramente dai casi guariti che vi ho mostrato qui. Fino a quando il sistema si mantiene in uno stato vigoroso molti non avvertono effetti negativi, ma altrimenti, in questo numero limitato di casi, l’effetto tossico del mercurio diventa dominante, in individui suscettibili ad esso, e sopraffà il sistema nervoso, generando in molti casi la caterva di sintomi psicologici che ho menzionato.
Sebbene il numero di casi sembra es¬sere relativamente basso, questi meritano una considerazione attenta come verrebbe data all’argomento se la neurosi mercuriale fosse più comune. Non ho dubbi da quanto ho visto che i nostri manicomi sono pieni di molti individui che hanno sviluppato il loro stato mentale a seguito di otturazioni di amalgama, che producono eccitazione o pigrizia del cervello, stati emotivi alterati e relega alla disperazione quella che avrebbe potuto essere una limpida e brillante carriera.
Per darvi un’idea panoramica dell’argomento, inizieremo con uno dei tanti casi clinici presentati nel 1982 dal dr. Huggins nella pubblicazione:
“Il mercurio: un fattore nei disturbi mentali?
Si tratta di una 17 enne che aveva abbandonato la frequenza a scuola, era diventata introversa, e aveva perso interesse per le cose e per la vita. Nessuno degli oltre 40 specialisti che aveva consultato era riuscito a migliorare la situazione o spiegarla. Il suo stato emotivo era al minimo della scala. Aveva un blocco motorio nella gestualità e nell’azione, per dirla con le parole dell’autore: “Durante il colloquio con lei e la madre, la ragazza solo occasionalmente muoveva la testa in avanti di poco, quindi la sua faccia si rilassava, ed era come se lei non esistesse”.
Indagando la storia dentale, Huggins aveva scoperto che i sintomi erano comparsi subito dopo l’inserzione di un gran numero di otturazioni dentali. Quando dopo la rimozione e disintossicazione la ragazza riprese la scuola e soprattutto si laureò, Huggins commentò: “Potrebbe essere che questo caso non è unico?”.
Inoltre: “Sono colpito dalla straordinarietà della tragedia sfiorata, dei professionisti della medicina stavano per mandare in una clinica di ricovero mentale una ragazza che non aveva avuto problemi o manifestazioni nervose nel periodo precedente all’inserimento delle amalgame dentali e che ritornò a non averne dopo la loro rimozione”.
Il monito di Huggins è dunque questo: “Poiché è comune indirizzare allo psicologo casi clinici come quello esaminato ora (con problemi multifocali senza apparente riscontro nelle analisi o diagnosi), è particolarmente importante che i professionisti di queste aree siano a conoscenza della possibilità di intossicazione da mercurio come eventuale denominatore comune di tali casi ”.
Lo stesso monito fu ribadito da Siblerud nel 1989: “Gli psicoterapeuti dovrebbero considerare la tossicità da mercurio come possibile causa nel trattamento di disturbi psicologici, da quelli più leggeri con disturbi dell’umore a casi di schizofrenia, paranoia ed altri”.
Nella sua pubblicazione, “La correlazione tra mercurio da amalgama dentale e salute mentale”, egli spiega come vapori di mercurio vengano continuamente rilasciati dalle otturazioni dentali di amalgama e come l’intossicazione da mercurio manifesti un’enormità di manifestazioni psichiche.
Il prof. Patrick Stortebecker, della Stortebecker Foundation, nel suo libro “Tossicità del mercurio da amalgama dentale, un pericolo per il cervello umano” (1985), ci dà una panoramica descrizione di questi casi:
“Il sintomo preminente di intossicazione cronica a basse dosi di vapori di mercurio è una totale mancanza di ogni iniziativa a livello mentale (cui segue una stanchezza fisica).
Mentalmente il paziente è incapace di iniziare qualsiasi tipo di nuovo evento, insieme con la sua incapacità a finire i precedenti progetti.
Inoltre c’è una ingiustificata mancanza di sicurezza in sé stessi, manifestata nel comportamento come irrazionale timidezza, oltre ad una patologica tendenza all’autodistruzione, che può portare a grave depressione. C’è una notevole perdita di memoria, specialmente a brevissimo termine.
Un altro sintomo è la psico-astenia, con una incapaci¬tà nel risolvere dubbi o incertezze o incapacità di resistere a ossessioni, idee fisse, o fobie, anche quando uno sa che sono irrazionali. Molto caratteristica è l’instabilità dell’umore, la lunaticità con collera, che può essere rivelata da improvvisi scoppi di rabbia. Ansia ingiustificata, al di fuori della realtà, come per esempio “Pavor mortis”, paura inspiegabile della morte, sono sintomi che danno una caratterizzazione unica ad alcuni casi di intossicazione cronica mercuriale”.
Il monito di Huggins, che è lo stesso di Siblerud, fu denunciato già nel 1898 dal dottor Tuthill, che descrive 6 di questi casi di disturbi dell’umore guariti dopo la rimozione di amalgama, e di nuovo a più riprese, nel corso di tutto l’ultimo secolo, da altri medici, tra cui il prof. Berglund, che scrisse il libro: “150 ANNI DI AMALGAMA DENTALE, intossicazioni da amalgama nella letteratura medica”, BioProbe Ed., 1995)
Questo stesso monito essenzialmente è il motivo centrale del mio intervento qui oggi. Tra le tante citazioni della rassegna del prof. Berglund, ricordiamo nel 1930 il dr. Masche, che descrisse l’eliminazione delle otturazioni di amalgama come un “prezioso mezzo terapeutico” ed espresse la speranza che “i medici e i dentisti acquisiscano come un bene comune il riconoscimento che gli avvelenamenti da mercurio possono essere provocati da otturazioni d’amalgama e che i medici focalizzino la loro attenzione soprattutto sulle otturazioni d’amalgama talora i pazienti si lamentino di disturbi che assomigliano ai sintomi di avvelenamento da mercurio”.
Poiché il mercurio dalle otturazioni in bocca passa direttamente nel sistema limbico del cervello attraverso i lobi olfattivi, sia gli effetti cronici durante l’esposizione, sia la rapida diminuzione di alcuni sintomi a seguito della rimozione di amalgame sono molto plausibili e giustificabili (Stortebecker 1985).
Nel 1990 alcuni scienziati canadesi inserirono otturazioni dentali di amalgama in animali di laboratorio. Che cosa stavano cercando di ottene¬re?
Inserendo otturazioni dentali nella bocca di pecore è stato possibile ve¬dere la distribuzione dei metalli nei tessuti dopo 29 giorni dall’inserzione, sia attraverso autometallografia degli isotopi marcati, sia attraverso valutazione istologica (vedere Fig. 1). Più recentemente, l’istituto della Sanità canadese ha valutato il rilascio di mercurio da amalgama e lo ha confrontato con i limiti massimi tollerabili. Risultato: un adulto sano non dovrebbe avere più di 4 otturazioni dentali di amalgama. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (1991) l’amalgama dentale è la maggiore fonte di esposizione al mercurio, e tutte le altre fonti di esposizione al mercurio, messe insieme, non superavano, in individui non esposti professionalmente, il 20% di quella da amalgama.
Dunque il rilascio di mercurio da amalgama non è insignificante! Dopo 10 anni il 50% del mercurio iniziale non è più presente nell’amalgama. L’assorbimento dei vapori di mercurio rilasciati avviene, oltre che per via ematica, direttamente attraverso il nervo olfattivo e il sistema cranio-sacrale.
I ricercatori svedesi Nylander e Eggleston, mediante studi con autopsie, hanno evidenziato che il mercurio nel cervello aumenta notevolmente nei portatori di amalgama rispetto ai non portatori, e in particolarmente aumenta proporzionatamente al numero di otturazioni dentali in amalgama.
A partire dagli inizi degli anni ‘80, la “diagnostica dell’intossicazione da amalgama” e la “terapia dell’intossicazione da amalgama” sono diventati permanenti elementi costitutivi dei seminari di perfezionamento odontoiatrico presso gli Ordini Odontoiatrici tedeschi.
In Italia, comunque il problema è rimasto sconosciuto al grande pubblico e persino ai medici generici.
La tossicità del mercurio è nota da secoli e ne parlarono scritti di Ippocrate, Plinio, Dioscoride e Galeno.
Jean Fernel, noto come il “moderno Galeno”, ha fornito nel 1557 il primo caso di avvelenamento da mercurio in lavoratori esposti:
“Si può giungere fino a veri e propri attacchi di collera. Se qualcuno semplicemente lo osserva mentre lavora il mercurio, il lavoratore ammalato può cadere in una insicurezza impotente e già un banale rimprovero può suscitare in lui uno stato di sfrenata agitazione. Menomazione della capacità all’attenzione, vuoti di memoria, una sensazione di insufficienza intellettuale con asocievolezza completano il quadro”.
Sintomi mentali dell’intossicazione da mercurio sono stati esposti dettagliatamente da Kussmaul (1861) in lavoratori dell’industria degli specchi (dove in passato si usava mercurio). Inoltre gli effetti mentali dell’intossicazione da mercurio sono stati evidenziati in lavoratori dell’industria dei termometri (Triebnig 1982), nei soffiatori di vetro (Fawer 1983) e dentisti (Foo 1993)
Tra l’altro noi sappiamo che la caratteristica sinistra del mercurio (che fu usato, si dice, per avvelenare Cesare Borgia) è che si tratta di un veleno molto lento, che le vittime si sentono solo un po’ giù di corda, che hanno sintomi che sembrano essere leggeri, facenti parte della normale condizione umana.
Nel XIX secolo i lavoratori dell’industria dei cappelli esposti professionalmente al nitrato di mercurio, divennero noti come “cappellai pazzi”, a causa di problemi emotivi che sviluppavano, con improvvisa rabbia, pigrizia, depressione, timidezza, insonnia, idee fisse, mania (Gowdy, 1978).
Mayhazati riportò la valutazione psicologica di 6.530 pazienti in Iraq ricoverati a seguito dell’esposizione ad un incidente con il mercurio. Più del 50% di essi manifestò disturbi psico¬logici: c’era depressione, mancanza di interesse, etc. (Mayhazati, 1978).
Lavoratori esposti a vapori di mercurio in un’industria dei termometri esibirono un’ampia gamma di ano¬malie psicologiche, tra cui irritabilità, cattiva concentrazione e insonnia. Quando l’esposizione veniva a cessa¬re, i loro punteggi dei test ritornava¬no alla normalità entro 20 mesi (Evans, 1975). La rabbia è un sintomo comune della tossicità da mercurio (Siblerud 1989).
Numerosissimi sono i rapporti di dentisti con manifestazioni nervose da mercurialismo. Smith descrive 3 casi di dentisti esposti nel loro studio odontoiatrico al mercurio e che avevano sviluppato sintomi di irritabilità, grande eccitabilità, paura, agitazione, melanconia, depressione, timidezza, stanchezza fisica e mentale, indecisione, disperazione. Questi sintomi scomparivano quando i loro livelli di mercurio nel corpo furono ridotti mediante terapia (Smith, 1978). Topi esposti a vapori di mercurio hanno aumentato il loro spontaneo comportamento aggressivo. Livelli di mercurio di 0.002 mg Hg/m3 di aria espirata erano sufficienti per indurre alterazioni nel comportamento.
Riportiamo il sommario di uno studio pubblicato da Siblerud nel 1998, intitolato “Valutazioni psicometriche mostrano che l’amalgama dentale in mercurio può essere un fattore nella depressione bipolare
La nostra precedente ricerca aveva confrontato individui con amalgama e individui senza e aveva dimostrato in base a valutazioni psicometriche che individui con amalgama possedevano sintomi emotivi e mentali significativamente maggiori, tra i quali rabbia improvvisa, depressione, irritabilità, ossessione! idee fisse, ansia, ostilità, psicosi, sonno disturbato, problemi a prendere decisioni, incapacità a concentrarsi, euforia ed altro.
È stato postulato che una possibile causa di questa depressione da mercurio dell’amalgama sia l’abilità del mercurio di interferire con alcuni neurotrasmettitori nel cervello, ed il mercurio è stato mostrato interferire proprio con quei neurotrasmettitori il cui malfunzionamento causa depressione bipolare (Oudar 1989, Rajanna 1985, Cooper 1983). In questo studio è stato ipotizzato che se le otturazioni dentali di amalgama venivano rimosse, la depressione diminuiva. Questo studio inoltre ha confrontato altri sintomi mentali dei pazienti con depressione bipolare, valutandoli prima e dopo la rimozione di amalgama.
Al gruppo sottoposto a rimozione di amalgama furono somministrati chelanti del mercurio o neutralizzanti della sua azione, tra cui zinco, vitamina E, aglio e glutatione perossidasi.
Il gruppo di rimozione dell’amalgama mostrò, da 6 a 8 mesi dopo la rimozione, un miglioramento statisticamente significativo in 47 delle scale di valutazione, e ciò è stato fatto rispetto ad un controllo di pazienti con copertura fittizia!placebo (una diminuzione dei sintomi del 42% rispetto ad un aumento del 7% nel gruppo di controllo). Numerosi pazienti nel gruppo dell’amalgama poté interrompere il trattamento con litio, sotto indicazione del loro psichiatra, e non ebbero problemi in seguito a ciò.
Il produttore di amalgama DENTSPLY riporta sul foglietto delle avvertenze:
“Inalazioni croniche di vapori di mercurio prolungate nel tempo possono causare mercurialismo che si manifesta con depressione o sconforto, timidezza ingiustificata, contrarietà alle critiche, irritabilità o eccitabilità, mal di testa ed in gravi casi posso¬no verificarsi allucinazioni e deterioramento mentale. Concentrazioni di 0.03 mg/m3 hanno portato a disturbi psichiatrici
DENTSPLY (produttore di amalgama): “Scheda di sicurezza dell’amalgama den-tale’~ 19 gennaio 1988
BIBLIOGRAFIA
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• Oudar P, Caillard L, Fillon G, “In vitro effect of organic and inorganic mercury on the sero¬tonergic system”, Pharmacological Toxicolo¬gy, 65, 245-248, 1989
• Rajanna B, Hobson M, “Influence of mercury on uptake of SH dopamine and (3H) norephine¬prine hy rat brain synaptosomes’~, Toxicology Letters, 27 (1-3), 7-14, 1985
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• Rustram R, “Methyl mercury poisoning in Iraq”, Brain, 97, 499-510
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• Stortebecker P, “Mercury poisoning from dental amalgam”, 1985, Stortebecker Foundation (do Bioprobe, Orlando, Florida)
• Stock A, “Die chronische quecksilber und Amal¬gam Vergiftung”, Arch. Gewerbepath, 7: 388, 1936
• Treihig G, ,,Neurotoxic effct in mercury exposed workers”, Neurobehavioural Toxicology and Teratology 1982; 4: 717-720

Articolo originale:
http://www.biospazio.it/modules.php?file=article&name=News&op=modload&sid=829

http://www.repubblica.it/ambiente/2014/11/10/news/non_bevete_quellacqua_il_veleno_di_agatha_christie_che_fa_tremare_la_versilia-100173614/

“I metalli tossici che prendiamo oggi” – ha spiegato il dott. Gerardo Rossi – “potrebbero dare malattie fra 30 anni! Per i metalli, infatti, non è la dose che fa il veleno. Anche ogni singolo atomo di metallo tossico fa il suo danno! Moltissime malattie esistenti vedono la loro causa proprio nei metalli tossici, ma ancora oggi se ne parla troppo poco! Nel 2010, l’O.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha dichiarato che il 25% di tutte le malattie esistenti è da addebit…are a intossicazione da metalli pesanti (24% dei decessi)”. Le sue scoperte sono nel segno di una generosità e di una umanità che si lasciano ammirare. I suoi studi di inestimabile valore. La sua area di competenza riguarda la medicina ambientale clinica, materia praticamente assente nel nostro paese tranne l’eccezione del centro studi Mineral Test sas di cui Rossi è fondatore.

Articolo completo:

http://www.altarezianews.it/2014/03/10/tirano-rilevare-i-metalli-tossici-nellorganismo-grazie-allanalisi-dei-capelli/

Forti dubbi sull’efficacia dell’integrazione con Omega3 nel post-infarto; si ha maggiore efficacia protettiva mangiando due volte a settimana pesce grasso (sgombro, salmone, ..). Evidenza di maggior rischio di cancro alla prostata nei soggetti con alti livelli ematici di Omega3.

Omega 3

Ci sono un chimico, un paleogenetista e un bioarcheologo… No, non è l’inizio di una barzelletta dall’aria poco divertente, ma l’idea, semplice quanto innovativa, che sta alla base del progetto LeCHE (Lactase Persistence in the early Cultural History of Europe). Nato nel 2009 per rispondere ad alcune delle questioni aperte nell’evoluzione culturale umana, questo progetto sfrutta le diverse competenze di un team di ricercatori impegnati in varie discipline, che prese assieme hanno consentito un approccio da più direzioni per risolvere le molteplici sfaccettature dell’argomento.
Nell’articolo di resoconto del progetto apparso su Nature, troviamo conferme importanti che pongono fine anche a vecchie e sterili polemiche degli scettici. Dell’intera popolazione umana solo il 35%, superati i 7-8 anni di età, mantiene la capacità di digerire il latte. Ciò è dovuto a una mutazione comparsa in Europa circa 7500 anni fa, che ha dato origine a quello che viene definito allele LP (Lactase Persistance), condiviso oggi dalla maggior parte degli europei. In Africa Occidentale e Asia Meridionale sono poi apparse, in maniera indipendente, altre mutazioni che conferiscono ai portatori la capacità di digerire il latte. Un bell’esempio di convergenza adattativa.
Il processo biochimico alla base è semplice: (quasi) tutti i bambini possiedono un enzima, la lattasi, indispensabile per scindere il disaccaride lattosio presente nel latte materno.  Negli adulti questo gene è spento, e il costoso enzima smette di essere prodotto. O meglio, così era in tempi antichi per tutti gli esseri umani neolitici. E poi cos’è successo?  Qui interviene il progetto LeCHE: i fondatori si sono posti l’obiettivo di chiarire il ruolo del latte e del consumo di latticini nella scomparsa delle tribù di cacciatori-raccoglitori del Neolitico europeo, rimpiazzate da culture agricole. Le questioni in gioco sono molte: studiando le ossa degli animali allevati negli insediamenti mediorientali ed europei è emerso che i vitelli erano macellati prima dell’anno di età, anziché una volta raggiunto il peso massimo. Così facendo le vacche potevano essere munte per tempi più lunghi, ma la quantità di carne ottenuta dalla macellazione dei capi era minore. Ciò suggerisce che sia stata proprio la ricerca del latte vaccino ed ovino a spingere il processo di addomesticamento. Inoltre, con opportune analisi chimiche, sono state scoperte tracce di grassi del latte su cocci rinvenuti in insediamenti anatolici databili a 8500 anni fa, ben prima che la mutazione per la persistenza al lattosio facesse la sua comparsa. Le stesse analisi hanno chiarito inoltre il mistero attorno a un reperto dalla forma insolita rinvenuto in Polonia negli anni Settanta: un frammento di un recipiente in terracotta coperto di piccoli fori circolari. La scoperta di molecole grasse sulla superficie porosa della creta gli ha conferito una nuova dignità: si tratta infatti del più antico strumento per la caseificazione, utilizzato per separare la cagliata dal siero del latte.
Gli indizi raccolti dal gruppo LeCHE convergono attorno ad un unico scenario, con date e luoghi ben precisi. Alcune popolazioni anatoliche svilupparono, circa 10000 anni fa, le pratiche di agricoltura e allevamento, potendo così attingere alla risorsa latte, che avevano imparato a manipolare per renderla consumabile e facilmente trasportabile. A differenza del latte fresco, infatti, i latticini contengono concentrazioni molto inferiori, e quindi tollerabili, dello zucchero lattosio. Questa svolta segnò la nascita della caseificazione. Successivamente, muovendosi verso nord, prima in Grecia e quindi in Europa centrale, esportarono le nuove tecnologie, soppiantando le tribù autoctone di cacciatori-raccoglitori grazie alla cultura innovativa estremamente vantaggiosa. Questo dato è confermato da analisi molecolari su DNA antico sia umano che bovino. Circa 7500 anni fa comparve infine l’allele LP, il quale, provocando la persistenza dell’enzima lattasi anche in età adulta, fornì un enorme vantaggio selettivo ai portatori: si stima infatti che la prole di costoro godette di un aumento di fertilità del 19%. Seguendo l’onda migratoria verso nord, l’allele LP sbarcò quindi in Scandinavia e nelle Isole Britanniche, regioni in cui oggi il 90% della popolazione tollera il lattosio. Probabilmente il successo straordinario che la persistenza della lattasi ha incontrato a nord è dovuto al fatto che, in regioni fredde, i prodotti caseari si conservavano meglio e più a lungo, costituendo un’ottima protezione contro carestie, raccolti sfortunati e annate climaticamente avverse.
Si chiarisce dunque il quadro attorno a una delle molte prove degli adattamenti a cui è andato incontro Homo sapiens in epoca recente. Le tecniche oggi a disposizione permettono una precisione di analisi senza precedenti. Possiamo infatti osservare direttamente le tracce della selezione naturale in atto: il succedersi degli eventi può essere collocato in un luogo geografico e in un tempo accurati, figurando così uno scenario storico sempre più circoscritto di come lo scrutinio della selezione naturale ha modificato la nostra specie in tempi non troppo remoti. Ancor più interessante è la particolare forma di coevoluzione genetico-culturale che ha visto protagonisti la comparsa della persistenza della lattasi e la produzione di latticini. La mutazione che ha generato l’allele LP ha potuto diffondersi solo grazie al vantaggio che forniva ai portatori, e a sua volta l’unico modo attraverso cui questo processo poteva manifestarsi era che i fortunati avessero a portata riserve di latte fresco. Un cambiamento culturale ha generato una pressione selettiva e ha causato un’evoluzione biologica per selezione naturale. Una volta comparso l’allele, il consumo di latte e derivati trovò la strada spianata verso gli intestini dei Neolitici. Un’ultima menzione merita l’approccio utilizzato; la buona riuscita del progetto multidisciplinare schiude una linea guida per dirigere nuove analisi su altri adattamenti recenti in H. sapiens, come la capacità di digerire l’amido del grano o di assimilare l’alcool. Un brindisi dunque al lavoro del progetto LeCHE, ovviamente con un buon bicchiere di latte!
Sebastiano De Bona
Riferimenti:
Curry A., (2013). The milk revolution: when a single genetic mutation first let ancient Europeans drink milk, it set the stage for a continental upheaval, Nature  500: 20-22.

http://www.pikaia.eu/easyne2/LYT.aspx?Code=Pikaia&IDLYT=425&ST=SQL&SQL=ID_Documento%3D7116

 

Un primo passo per la  protezione delle generazioni future

 Lo scorso mese (Ottobre 2013) ha avuto luogo a Minamata, in Giappone, il convegno internazionale sul mercurio il cui scopo era quello di trovare e firmare un accordo comune sulle emissioni di mercurio. L’accordo denominato “Minamata Convention on Mercury”, rappresenta una presa di coscienza globale della problematica dell’inquinamento da mercurio che nessun paese da solo può risolvere. Per la realizzazione di tale accordo, ci sono voluti ben 4 anni di lavori ed alla fine esso è stato firmato da più di 130 nazioni lo scorso Gennaio 2013. L’accordo prevede azioni e misure obbligatorie e facoltative per il controllo delle emissioni di mercurio da varie fonti, dall’eliminazione graduale del mercurio da certi prodotti e processi produttivi, alla restrizione dello scambio ed al divieto dell’estrazione.

Secondo il rapporto 2013 dello United Nations Environment Programme (UNEP), si stima che nel 2010 le attività industriali hanno immesso 1960 tonnellate di mercurio nell’atmosfera e minimo 1000 tonnellate nelle acque. Inoltre specifica che, dopo un periodo di stabilità delle emissioni tra il 1990 ed il 2005, le emissioni globali nell’aria potrebbero aumentare ancora in alcuni settori industriali. Anche se si bloccassero d’un colpo tutte le emissioni nel 2015, registreremo un decremento immediato del 30% che poi rallenterà notevolmente col passare del tempo. Ci vorranno circa 85 anni prima che il deposito di mercurio nell’atmosfera si dimezzi e quello presente negli oceani diminuisca di un terzo.

Ma, che cos’è il mercurio? Il mercurio è un elemento presente in natura, utilizzato in molti prodotti e processi industriali, dai termometri a particolari lampadine e marmitte catalitiche. Esso viene prodotto dalla combustione di combustibili fossili e dalla produzione di cemento ed alcuni metalli.

Le emissioni di mercurio possono anche viaggiare molto lontano dalla zona di emissione trasportate dai venti e dai mari. Tipicamente, gli essere umani sono esposti al metilmercurio ovvero al mercurio proveniente da prodotti ittici. Approfondite ricerche hanno dimostrato la tossicità del metilmercurio, come nel disastro di Minamata ed il caso simbolo di quell’evento, la famiglia Sakamoto.

Nel luglio del 1956 in un piccolo villaggio di pescatori vicino la città di Minamata, lungo la costa giapponese del mar Shinoranui, nacque la bambina Shinobu Sakamoto. I suoi genitori si accorsero subito che qualcosa non andava. A tre mesi ancora non riusciva a tenere la testa alta come gli altri bambini sani della sua età. All’età di 3 anni, ancora barcollava molto e non era in grado di camminare. Quindi, i genitori la ricoverarono in un ospedale vicino dove passò 4 anni in terapia per imparare a camminare, ad usare le sue mani ed ad eseguire altre funzioni base. Poco dopo, diversi medici le diagnosticarono una paralisi cerebrale. Da qual momento si cominciò a pensare che la situazione che si era venuta a creare era legata a qualcosa di più grande. Alcuni anni prima della nascita della bambina, ci fu una notevole moria di pesci ed altri animali marini nella baia di Minamata. Gli uccelli marini persero la capacità di volare ed i gatti stavano morendo dalle convulsioni che gli abitanti chiamarono “malattia della danza”. In seguito, due mesi prima della nascita della bambina, si registrò un malessere neurologico sconosciuto nelle famiglie di pescatori dell’area di Minamata. La misteriosa malattia che fu attribuita al pescato contaminato è stata diagnostica alla sorella maggiore di Sakamoto, Mayumi, ed ai suoi vicini di casa. Nel 1957, gli studiosi diedero un nome alla malattia: la malattia di Minamata. L’anno successivo, Mayumi, morì di questa malattia.

La causa di questa contaminazione è stata identificata nel metilmercurio che era stato scaricato nelle acque dalla locale industria chimica posseduta dalla Chisso Corporation. Nel 1962, molti di quei bambini a cui era stata diagnosticata la paralisi cerebrale sono stati riconosciuti affetti dalla malattia di Minamata congenita. Nonostante ciò, il governo giapponese non ha fatto nulla per fermare gli scarichi della Chisso o scoraggiare le persone dal mangiare pesce.

Il disastro di Minamata fu il primo evento di inquinamento da metilmercurio su vasta scala.  Altri piccoli eventi simili furono registrati in Niigata  nel 1965 e nell’Ontario canadese nel 1969.

Migliaia di sopravvissuti a tali eventi risentono ancora dei distrurbi neurologici, tremori, mal di testa, perdita di memoria e problemi visivi ed uditivi.

Il caso Minamata portò alla ribalta mondiale i devastanti effetti del mercurio, in particolare la sua potenziale neurotossicità soprattutto nei neonati e nei bambini.

Riassunto e traduzione ad opera di Cristina Meloni, Mineral Test®

Link all’articolo originale:

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3801463/

 

 

INQUINAMENTO ATMOSFERICO E SALUTE
(da ISDE Italia)

L’inquinamento atmosferico costituisce un fattore di rischio ben noto per le malattie cardiovascolari
Fonte: Agenzia Regionale di Sanità Toscana, 18 Agosto 2013.
E’ ormai dimostrata la stretta correlazione tra l’incremento della concentrazione di nanopolveri e altri inquinanti e l’aumento dell’insorgenza di scompensi cardiaci che, soprattutto in persone con un cuore già affaticato, possono portare all’infarto. La nuova revisione sistematica apparsa recentemente sul lancet a firma dei ricercatori dell’Università di Edinburgo e della Public Health Foundation of India ha però confermato anche l’effetto dei principali inquinanti su ricoveri e mortalità per scompenso. L’OMS stima che l’inquinamento sia responsabile di oltre un milione di morti premature ogni anno. Anche brevi esposizioni a inquinamento atmosferico sono associate ad un aumento della mortalità cardiovascolare. Sempre in questo numero di Lancet Francesco Forastiere e Nera Agabiti del Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario della Regione Lazio spiegano come accade clinicamente che l’aumento della concentrazione degli inquinanti nell’aria possa causare il subitaneo aggravarsi dello scompenso. Dal momento che il 2013 è stato dichiarato l’anno dell’aria da parte dell’Unione Europea, i ricercatori italiani concludono che gli effetti negativi sulla salute dell’inquinamento atmosferico sono presenti anche a concentrazioni ben al di sotto di 25 μg/m3, l’attuale limite UE per le polveri sottili, e lanciano un appello riprendendo le parole della European Respiratory Society: “tutti i cittadini hanno diritto ad aria pulita, acqua pulita e cibo sicuro”.

CUORE: L’ESPOSIZIONE ALL’INQUINAMENTO AUMENTA IL RISCHIO DI FIBRILLAZIONE
Fonte: FIMMG Notizie del 17 Giugno 2013.
Per le persone che soffrono di cuore l’esposizione ad alti livelli di inquinamento atmosferico può portare all’aritmia cardiaca che scatena attacchi di cuore e ictus. Lo afferma uno studio pubblicato dal Journal of the American College of Cardiology. I ricercatori della Tuft university di Boston hanno analizzato i dati di 176 pazienti cardiaci, confrontandoli con la qualità dell’aria nella regione. In due anni di studio 49 persone hanno totalizzato 328 episodi di fibrillazione atriale. La ricerca ha evidenziato una relazione diretta tra inquinamento e salute cardiaca: “Ogni 6 microgrammi per metro cubo di particolato sottile in più – scrivono gli autori – il rischio aumenta del 26%”.

SMOG E TUMORI, LA RELAZIONE ORA È PROVATA
Fonte: Il Tirreno dell’11 Luglio 2013.
Uno studio europeo che ha coinvolto i ricercatori dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano ha dimostrato una stretta relazione tra inquinamento atmosferico e rischio di tumori al polmone. Tra i 9 Paesi europei coinvolti l’Italia è risultato il Paese più inquinato. Lo studio è stato pubblicato su Lancet Oncology ed è stato realizzato su oltre 300mila persone. È servito a dimostrare che più alta è la concentrazione di inquinanti nell’aria e maggiore è il rischio di sviluppare un tumore al polmone. È inoltre emerso che i centri italiani monitorati hanno la più alta presenza di inquinanti. Lo studio fa parte del progetto europeo Escape. Il lavoro ha riguardato 312.944 persone di età compresa tra i 43 e i 73 anni, uomini e donne di Svezia, Norvegia, Danimarca, Olanda, Regno Unito, Austria, Spagna, Grecia e Italia. In Italia le città interessate sono state Torino, Roma, Varese. Lo studio ha permesso di concludere che per ogni incremento di 10 microgrammi di PM10 per metro cubo presenti nell’aria, aumenta il rischio di tumore al polmone di circa il 22%. Tale percentuale sale al 51% per una particolare tipologia di tumore, l’adenocarcinoma. Le normative della Comunità Europea stabiliscono che il particolato presente nell’aria deve mantenersi al di sotto dei 40 microgrammi per metro cubo per i PM10 e al di sotto dei 20 microgrammi per i PM2.5. Lo studio, tuttavia, dimostra che anche rimanendo al di sotto di questi limiti, non si esclude del tutto il rischio di tumore. Il tumore del polmone rappresenta la prima causa di morte nei Paesi industrializzati.

TUTELARE IL DIRITTO ALLA SALUTE DELLE PERSONE ESPOSTE ALL’ARSENICO: UN OBBLIGO DI LEGGE E UN DOVEROSO IMPEGNO ETICO
Si è svolta a Roma Lunedì 30 Settembre 2013, presso l’Istituto superiore di Sanità, la 5a Giornata in memoria di Lorenzo Tomatis che ha avuto per tema principalmente i tumori infantili.
Lorenzo Tomatis, già direttore dell’Agenzia Internazionale di Ricerca sul Cancro (IARC) e pPresidente del Comitato Scientifico dell’International Society of Doctors for the Enviromental (ISDE), ha sostenuto e dimostrato nella sua lunga attività di ricerca che la maggior parte delle malattie deriva dall’interazione tra fenomeni di inquinamento ambientale e genetica umana. Soprattutto l’esposizione materno-fetale a sostanze inquinanti, attraverso l’aria, acqua e cibi contaminati, può danneggiare il feto e comprometterne il successivo stato di salute in età infantile ed adulta con possibilità di trasmissione dei danni anche alle generazioni seguenti. Questa consapevolezza gli faceva affermare: “L’approccio fondamentale della prevenzione primaria segue una logica incontroversibile: la misura più efficace è quella di evitare o diminuire al minimo possibile l’esposizione agli agenti causali di malattia”. Tutti gli interventi di ricercatori e studiosi che si sono succeduti nel corso del convegno hanno riaffermato con ricchezza di dati e lavori scientifici, che la priorità nella lotta contro il cancro e le malattie cronico degenerative deve essere data alla prevenzione attraverso politiche economiche e sociali indirizzate alla netta riduzione delle fonti di inquinamento e degli inquinanti già presenti nell’ambiente. Alla luce di tutto ciò ISDE Viterbo torna nuovamente a chiedere interventi efficaci e definitivi per la completa dearsenificazione e potabilizzazione delle acque ad uso umano e studi di monitoraggio dello stato di salute delle popolazioni e in particolare dei bambini che sono state esposti e che in molti casi continuano ad essere esposti  all’arsenico, sostanza tossica, cancerogena e con attività di interferente endocrino.
Info: isde.viterbo@gmail.com

LETTERA APERTA

di Nick Sandro Miranda medico chirurgo odontoiatra

pubblicato su “Doctor OS”  Casa  Editrice ARIESDUE

www.ariesdue.it

 
“Che la prevenzione primaria sia il fattore che più di altri tutela la salute
è un dato di fatto. È anche un dato di fatto che la prevenzione primaria rimane
una mera formulazione di principio.

Esiste un’unica e vera prevenzione: la prevenzione primaria. Essa non si riferisce alla malattia, ma alla salute che va tutelata e promossa. La salute, a sua volta, è una condizione che viene tutelata e promossa da un processo (1). Si tratta di un concetto che richiama la mitologia greca, dove Igea, figlia di Esculapio, veniva associata alla prevenzione delle malattie e al mantenimento dello stato di salute. La prevenzione secondaria e terziaria, per quanto importanti, sono cosa diversa, perché riferiscono alla malattia, agiscono intercettandola e promuovendo la qualità dei trattamenti sanitari. Utilizzare strumentalmente in maniera impropria termini che si rassomigliano, ma che hanno significati differenti, rappresenta uno dei tanti esempi di sofisticazione del linguaggio che confonde le menti. Un cambiamento di linguaggio, infatti, metterebbe in crisi coloro che, strumentalmente, utilizzano il termine prevenzione per incrementare il mercato della salute. Un esempio: da indagini statistiche risulta che il 69,1% delle donne pensa che lo screening annulli o riduca il rischio di ammalarsi di cancro al seno! (2) Ma oltre, ovviamente, a non impedire la malattia, lo screening di massa, in certi casi, non riesce neanche a ridurre la mortalità! (3)
La prevenzione primaria non è appetibile per chi intende lucrare sulla salute poiché utilizza una “tecnologia povera” (4). Nonostante ciò, questo tipo di prevenzione sembra essere la maniera più efficace per tutelare la salute delle persone e della collettività. Un miliardo di euro investiti in prevenzione, oltre a tutelare la salute delle persone, triplica i risparmi economici in dieci anni (5), ma non incrementa il PIL! È soprattutto grazie agli investimenti fatti per garantire e promuovere l’igiene e la salubrità delle abitazioni (fognature ed acqua potabile), la sicurezza dei luoghi di lavoro, il miglioramento dell’alimentazione che a partire dalla seconda metà dell’800 la vita media si è notevolmente allungata (6). Fatta eccezione per il ruolo degli antibiotici e di alcuni vaccini, la sanità non ha inciso in maniera altrettanto significativa sull’aspettativa di vita delle persone. È appurato che la salute è condizionata per il 40-50% dai fattori socioeconomici e dagli stili di vita, per il 20-30% dalle condizioni dell’ambiente, per il 20-30% dall’eredità genetica e solo per il 10-15% dai servizi sanitari (7). Questo significa, a conferma del concetto di controproduttività strutturale formulato da Ivan Illich, che investire in sanità oltre un certo limite non serve a migliorare la salute delle persone. Nonostante questa verità, si spinge ad investire sempre più nella sanità e nella medicina, esaltando ogni vittoria tecnologica sulla malattia, che tanto affascina gli individui e le istituzioni (8). Ma forse più che di vittoria si tratta del fallimento della prevenzione. Attualmente la spesa pro capite per la prevenzione è pari allo 0,8% della quota di spesa sanitaria (9, 10). Non si tratta di accusare la ricerca e la spesa sanitaria, ma di evidenziare la sproporzione di investimenti. È sotto gli occhi di tutti che la prevenzione primaria in campo odontoiatrico sia una mera formulazione di principio. Non esiste un piano sanitario nazionale o una strategia che l’abbiano progettata e tradotta in realtà se non a macchia di leopardo. Ci sono delle lodevoli eccezioni, ma quante delle iniziative realizzate sono state realmente efficaci? È tutta da dimostrare l’efficacia delle campagne di prevenzione organizzate dalle associazioni di categoria che per qualcuno rappresentano solo l’occasione di vanagloria e di acquisizione di pazienti. In Toscana gli investimenti regionali per iniziative potenzialmente utili sono stati, ahimè, dirottati per creare strutture odontoiatriche (11). Esistono altre iniziative istituzionali che, anziché potenziare la sanità pubblica, puntano sulle convenzioni, illudendosi di risolvere l’emergenza odontoiatrica con le offerte speciali. La visione economicistica, che sta pervadendo la sanità, induce a puntare sulla quantità piuttosto che sulla qualità. D’altronde, si sa, è molto più difficile trattare la qualità che non la quantità, proprio perché l’esercizio del giudizio è una funzione più elevata che non la capacità di contare e calcolare (12). Tuttavia, è solo riducendo la domanda sanitaria tramite la prevenzione primaria che si risolve la cronica emergenza odontoiatrica. Purtroppo, si sa, il politico è alla continua ricerca del consenso immediato e dunque preferisce le soluzioni appariscenti e fallaci sacrificando così la prevenzione primaria. A guardar bene, è probabile che la forma più efficace di prevenzione primaria venga concretizzata da sconosciuti dentisti che, silenziosamente e quotidianamente nei loro gabinetti odontoiatrici, ottemperano a quello che dovrebbe essere lo scopo primario di un medico: agire da maestro di educazione sanitaria. Ed è anche probabile che siano proprio questi dentisti a risentire di meno della “sindrome della poltrona vuota”, data la fiducia che attraverso questa strategia si guadagnano dai loro pazienti.
Come realizzare la prevenzione ed essere realmente efficaci? Le istituzioni dovrebbero fare uno sforzo per indirizzare le scelte degli individui in modo da migliorare le condizioni di vita, ma non basta dire “fai così, perché”. Occorre invece immaginazione, creatività, capacità comunicativa. Occorre adoperarsi a diventare architetti delle scelte utilizzando, ad esempio, la “spinta gentile” (13). Per informare efficacemente ed ottenere la conoscenza consapevole può essere opportuno richiamarsi a Platone: a volte, più che un ragionamento puro e rigoroso, per descrivere efficacemente la realtà serve il racconto allegorico. Eppure, ci fu un tempo nel quale la prevenzione primaria sembrò essere la priorità nell’agenda politica. La riforma sanitaria del 1978 fu però gradualmente smantellata, vanificando il sogno dei tanti medici, come Giulio Alfredo Maccacaro, che avevano individuato nella prevenzione primaria la priorità di un paese civile. Se si fosse attuata, oggi sarebbero disponibili risorse per il Servizio Sanitario Nazionale che invece devono essere destinate alla cura di malattie assolutamente prevenibili come quelle legate all’obesità, al fumo, all’inquinamento, alle condizioni lavorative, agli stili di vita scorretti e alla cattiva nutrizione. Purtroppo, in nome della produzione e del consumo e per conto dei “macropredatori” (14) che lucrano sulla pelle delle persone, al momento non si intravede una politica che sappia porre come priorità la tutela e la promozione della salute. Invece di dedicarsi a ridurre la domanda sanitaria l’impegno è indirizzato ad incrementare l’offerta sanitaria che, come scritto sopra, è dimostrato essere inefficace.
Emblematiche sono le parole di Giorgio Ferigo: “La prevenzione, infatti, è come i carmina: non dat panem, né tangenti”. Non incrementa il consumo di farmaci, anzi suo scopo è – tendenzialmente – di ridurne l’impiego. Dunque, non interessa alle case farmaceutiche (salvo a quelle che producono vaccini – ma si tratta di ben modesto mercato). Non incrementa i ricoveri ospedalieri, anzi, se funzionasse, ci sarebbero meno malati e perciò meno ricoverati. Dunque, non è per nulla considerata dagli imprenditori edili, dai venditori di macchinari diagnostici, dai manager e dai clinici con libera professione intra-extramuraria. Non distribuisce lenimenti e conforti, non esibisce risultati né clamorosi né immediati; e non procaccia consensi. Talvolta costringe a interventi strutturali, anche costosi. Dunque, è meno che mai in auge tra i politici, cui arride il belletto e l’apparenza, non il rigore e la sostanza. È un’arte povera, una disciplina scalza, una pratica a suo modo sovversiva (15)”.Forse è proprio in queste parole la spiegazione del mancato impegno politico nella prevenzione primaria.”

 
1. Fritjof Capra, Il punto di svolta, Editore Feltrinelli, Milano 2012, p.105.
2. http://www.partecipasalute.it/cms_2/node/1856
3. Krogsbøll LT, Jørgensen KJ, Grønhøj Larsen C, Gøtzsche PC. General health checks in adults for reducing morbidity and mortality from disease. Cochrane Database of Systematic Reviews 2012, Issue 10.
Art. No.:CD009009. DOI: 10.1002/14651858.CD009009.pub2. URL Upon publication: http://doi.wiley.com/10.1002/14651858.CD009009.pub2
4. Gianfranco Domenighetti. Il mercato della salute. Roma: CIC dizioni internazionali; 1999. p. 74-5.
5. http://www.adnkronos.com/IGN/Daily_Life/Benessere/Sanita-1-mld-investito-in-prevenzione-triplica-risparmi-in-10-anni-studio_311223194006.html
6. Fritjof Capra. Il punto di svolta. Milano: Editore Feltrinelli; 2012. p.115-6.
7. Richard Wilkinson e Michael Marmot. I determinanti sociali della salute. I fatti concreti. Edizione Provincia Autonoma di Trento, Assessorato alle Politiche alla Salute, Trento 2006. p. 3.
8. Fritjof Capra. Il punto di svolta. Milano: Editore Feltrinelli; 2012. p.180.
9. DoctorNews, Ignazio Marino. Italia spende poco in prevenzione. 16 ottobre 2007, p.2.
10. Ivan Cavicchi, Il pensiero debole della sanità. Bari: Edizioni Dedalo; 2008. p. 202.
11. http://www.odontoconsult.it/cont/pubblica/professione/contenuti/4786/investire-mattone-prevenzione.asp
12. Ernst Friedrich Schumacher. Piccolo è bello. Milano: Editore Mursia; 2011. p. 52.
13. Richard H Thaler.e Cass R. Sunstein. La spinta gentile. Milano Editore Giangiacomo Feltrinelli; 2009.
14. http://www.omceoudine.it/news/1666
15. Giorgio Ferigo. Il certificato come sevizia. Udine: Editore Forum; 2003. p.138.

Interessante articolo pubblicato su “il Resto del Carlino” Giovedì 10 Maggio 2012 riguardante l’importanza dei minerali e la pericolosità del mercurio.

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